Un fuoco che brucia, anche dalla fine del mondo

Dic 16, 2025 | Notizie di Base di JPIC

Ingeniero Jacobacci – Argentina è la posizione missionaria più meridionale della Congregazione e fa parte della provincia clarettiana San José del Sur. Questo luogo è anche conosciuto come Wawel Niyeo, che nella lingua mapuche significa luogo dove sgorga l’acqua.

Se si percorrono pochi chilometri dai piccoli villaggi della zona, si potrebbe dire che questa comunità si trova “in mezzo al nulla”. Questa espressione è spesso un modo per spiegare l’incredibile immensità di questi luoghi, anche se è una definizione che non rende giustizia al paesaggio né al lavoro missionario, storico, ecumenico e vitale che si svolge in queste terre.

I missionari clarettiani camminano su questo territorio da oltre cinque decenni e la fedeltà al modo di vivere la missione si intravede nel lavoro con gli altri che si è sviluppato in questa periferia e che attualmente trova il suo corrispettivo nell’articolazione con le organizzazioni del popolo mapuche e gli abitanti che, indipendentemente dalle loro espressioni di fede, condividono il cammino nella costruzione del Regno.

Wawel Niyeo fa parte del Wallmapu, che è il territorio ancestrale dei Mapuche. Molto tempo prima dell’esistenza degli Stati moderni, tra l’Atlantico e il Pacifico, in quella che oggi conosciamo come Patagonia argentina e cilena, con la cordigliera delle Ande a fare da testimone, vivevano, si spostavano, scambiavano e avevano una propria organizzazione comunitaria e come popolo diverse fazioni del popolo mapuche. Il consolidamento degli Stati e la necessità di espansione territoriale verso la fine del XIX secolo portarono sia l’Argentina che il Cile ad avviare campagne militari – con l’appoggio della Chiesa dell’epoca – per ampliare i propri confini verso sud. Questo processo di espansione richiese e si basò su un crudele genocidio contro i Mapuche, che ancora oggi chiedono che lo Stato argentino si assuma la responsabilità del crimine perpetrato contro il popolo preesistente.

All’interno di questa storia e di questi scenari, precisamente in queste terre, la Chiesa del sud del mondo si è trasformata in un attore indispensabile che cammina e si sforza di riparare il danno istituzionale causato a un popolo ancestrale. Abbracciata e sostenuta oggi dal magistero che ci ha lasciato Papa Francesco, è una Chiesa che si riflette in quella richiesta di perdono che lo stesso Papa ha fatto per i crimini che – per azione o omissione – la Chiesa ha commesso contro questi popoli. È anche una Chiesa che ha raccolto i frutti di ciò che da oltre 50 anni i Figli del Cuore Immacolato di Maria hanno seminato in queste latitudini.

Una volta terminate le campagne militari che hanno provocato il genocidio contro il popolo mapuche su entrambi i versanti della cordigliera, lo sterminio è proseguito con politiche di invisibilizzazione che includevano il divieto di parlare nella lingua originaria, di vestirsi secondo le proprie tradizioni o di celebrare le proprie cerimonie. È stata una spoliazione territoriale ma anche spirituale.

Già nel XX secolo, i sopravvissuti a quel genocidio, trasformati in piccoli allevatori che occupavano piccoli appezzamenti poco produttivi, si dedicarono all’allevamento di ovini e caprini e furono vittime di pratiche statali, ma anche comunitarie, che li mantenevano nella povertà e nell’esclusione. In questo contesto è emersa la Chiesa a cui facciamo riferimento: quella che nel nostro continente, illuminata da Puebla e Medellín, ha resistito alle dittature militari, trasformandosi in servitrice delle cause dei poveri.

Una pietra miliare che è anche un’eredità per coloro che oggi camminano nella missione è stata l’approvazione della Legge Integrale Indigena della provincia di Río Negro, nel 1988. A quel tempo, il sacerdote Francisco Fernández Salinas (Padre Paco), missionario dei Sacri Cuori, aprì le porte della nostra chiesa di San Francisco, affinché diventasse una ruka (casa, in lingua mapuche) pronta per la deliberazione e l’organizzazione. Da parte clarettiana, e in un’altra zona vicina a questa Linea Sud, P. Carlos Calgaro ha accompagnato con determinazione questo processo, dando priorità ai compiti per la fondazione e il consolidamento delle cooperative di allevatori in tutta la regione.

Da quel lavoro articolato, con una forte tradizione cordimariana, questa comunità missionaria sente in tutta la sua grandezza la premessa che non si può essere clarettiani come se i poveri non esistessero. Né si può essere clarettiani senza denunciare le strutture di ingiustizia.

Il lavoro svolto dai Missionari Clarettiani nelle comunità vicine a Jacobacci ha contribuito all’organizzazione del popolo mapuche al fine di portare avanti pratiche che non entrino in conflitto con le loro tradizioni ancestrali, la creazione di una legislazione che tenga conto dell’interculturalità, il recupero della lingua ancestrale – poiché essendo un popolo analfabeta, tutta la trasmissione culturale/spirituale risiede nell’oralità.

Più recentemente, un compito fondamentale che accompagna la Congregazione è la difesa dell’acqua e del territorio. Ma… perché questo slogan?

La cosmovisione del popolo Mapuche, come quella della maggior parte dei popoli ancestrali del mondo, considera che tutto ciò che è animato e inanimato con cui conviviamo fa parte di un delicato equilibrio che deve essere preservato. E se approfondiamo un po’ di più e mettiamo da parte lo sguardo coloniale e colonizzatore di cui questo popolo è stato oggetto, possiamo dire che ogni elemento del Creato ha una propria forza che lo governa, che tutto è interconnesso, che tutto ha un modo di manifestarsi nella nostra vita.

Intorno al 2000, inizia a rafforzarsi la presenza di aziende transnazionali con l’intenzione di estrarre beni comuni dal sottosuolo. L’azione di aziende di questo tipo è in netto contrasto con la cosmovisione mapuche. Possiamo chiedere a un abitante il cui tempio è la Casa Comune di permettere una distruzione di questo tipo? Il territorio è per il popolo Mapuche il tempio della Creazione, è l’aria aperta dove si svolgono tutte le attività che danno sostentamento materiale e spirituale alla loro vita, considerano l’acqua (come noi) un bene comune indispensabile per i rituali, ma anche per le generazioni future.

Come famiglia clarettiana, da oltre due decenni accompagniamo anche il grido dei poveri che chiedono la cura della Casa Comune. L’articolazione dal punto di vista della JPIC con attori ecclesiali e comunitari ci ha permesso di partecipare a spazi di riflessione e di azione che rispondono nel loro insieme all’esperienza del Vangelo incarnato, posizionandoci dalla parte dei poveri e tracciando un percorso in questo senso.

Se ci soffermiamo sull’enciclica Laudato Si’, nel paragrafo in cui Francesco si riferisce all’estrazione mineraria su larga scala, vedremo che essa si basa sulla riflessione fatta dai vescovi della regione Patagonia-Comahue, nel Natale del 2009. Nasce da questa latitudine, da questo popolo. Cioè, il percorso di fede di una comunità, accompagnata dai suoi pastori, molti dei quali clarettiani, nella fedeltà al Vangelo, animati da Sant’Antonio Maria Claret, dalla fine del mondo, si è concretizzato nella Dottrina Sociale della Chiesa.

La Missione Clarettiana dalla fine del mondo può essere letta come un punto di partenza perché raccoglie il frutto di quel seme che i nostri predecessori hanno seminato in terra fertile, perché cammina insieme ai perseguitati, agli emarginati e agli invisibili, perché si gioca tutto per la vita in abbondanza per tutti e perché vuole essere quella chiesa che arde di carità e accende un fuoco d’amore ovunque passa.

di Claudia Huircan